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Settantacinque anni, tre quarti di secolo. Pecco di nostalgia se dico che Gimondi è stato l’ultimo dei grandi campioni italiani del ciclismo? Forse sì. Ma lo dico. Abbiamo avuto da allora Moser, Saronni, Chiappucci, Simoni, Bugno, Pantani, Bettini, Nibali… Ma se analizziamo le loro vittorie, il loro modo di correre, ci rendiamo conto che nessuno può venire paragonato al grande Felice. 

È vero che era un altro ciclismo e che è difficile fare paragoni: anche il nostro sport è a andato specializzandosi. I corridori forti nelle classiche si sono rivolti sempre di più a questo tipo di gara, quelli più dotati per le corse a tappe hanno fatto altrettanto per i loro percorsi preferiti… Abbiamo addirittura le “iperspecializzazioni” che hanno fatto molto male al ciclismo: vedi quelli che puntano soltanto a una corsa a tappe all’anno, stile Armstrong. Difficile paragonare, vero. Ma la storia resta e allora il Gimondi e il Merckx che correvano da febbraio a ottobre, che vincevano la Milano-Sanremo come la Roubaix, il Giro d’Italia come la Vuelta o il Tour de France o il Giro di Romandia non hanno più trovato emuli.

E pecco di nuovo di nostalgia: era un ciclismo più bello, perché potevi fare il tifo per i tuoi beniamini sempre, sicuro che a ogni corsa avrebbero fatto di tutto per ben figurare. Merckx lo chiamavano il cannibale, non a caso. Ma come Gimondi e Merckx erano anche gli altri, i Motta, gli Adorni, gli Anquetil, come i Coppi e i Bartali e prima ancora i Binda…

Nel panorama ciclistico che vediamo oggi sembra di notare la volontà di cambiare, di tornare a un ciclismo più generale, più ampiamente vissuto da parte dei campioni. E allora vediamo Nibali che vince il Lombardia accanto al Giro d’Italia, che cerca di competere anche a cronometro, vediamo Froome che dopo il Tour non disdegna di partecipare alla Vuelta di Spagna, e la vince. Vediamo un Sagan che affronta la Sanremo con l’idea non solo di vincerla, ma di dare spettacolo. E che spettacolo! Ma sul traguardo lo bruciano. Ma Sagan medita la rivincita e allora eccolo lì, domenica scorsa, a trionfare di mezza ruota al mondiale in Norvegia, dopo avere affrontato una gara molto attenta e, stavolta, furba… Sono segnali importanti: io spero che il ciclismo torni a essere quello della sua età dell’oro e che ripudi una volta per tutte la specializzazione più spinta, che toglie la linfa vitale allo sport, toglie la passione.

E torniamo a Felice, che nella mia vita ha voluto dire tanto. Ero un bambino quando Gimondi vinceva il suo Tour de France, ero un adolescente quando vinceva il suo terzo Giro d’Italia. Ho avuto la fortuna di venire accompagnato nella mia crescita dal suo esempio. Non invano. Io ero un ragazzino e mi immedesimavo con il mio campione , soffrivo con lui, mangiavo la polvere insieme a lui dietro alla ruota di Merckx. Ma Felice, piegato sul manubrio fino quasi a mangiarselo, i segni della sofferenza sulla fronte e sugli occhi, mi insegnava, pedalata dopo pedalata, alcune cose che nella vita contano, primo fra tutte: crederci. Seconda fra tutte: se dai il meglio di stesso, sei comunque un vincitore, anche se arrivi secondo o magari anche ultimo. Non importa.

Mi ha insegnato il rispetto dell’avversario, mi ha insegnato a riconoscere la superiorità dell’altro, e mi ha insegnato che questo non è comunque un buon motivo per arrendersi. Me lo ha dimostrato. Nella mia vita mi porto sempre dentro l’immagine della volata del mondiale di Barcellona, in quell’inizio di settembre del 1973: quella volata che Gimondi vinse contro Merckx, Ocana e Maertens mi ha insegnato che a volte anche quello che sembra impossibile può accadere. Ma soltanto se davvero ci credi.

Ho scritto un romanzo ispirato all’infanzia di Felice Gimondi, è stato un omaggio alla sua persona e al suo mondo, la Val Brembana degli Anni Cinquanta: credo che qui stia la radice della bellezza dei nostri anni, e che non dobbiamo allontanarci da quegli esempi. Un discorso lungo.

E allora grazie Felice per tutto quello che ci hai dato da campione e poi nella vita da persona “normale”, con la schiena diritta. Buon compleanno, Felice, e ancora tanti di questi giorni!

Paolo Aresi

Paolo Aresi

Paolo Aresi – giornalista e scrittore.
Dal 2015 cura la rubrica “#AMOLABICI, le Cicloctorie di Paolo Aresi” sul sito www.bicitv.it.
Il ciclismo è una sua grande passione, ha trascorso l’infanzia tifando Felice Gimondi.
Pedala con una certa energia, ma il poco tempo a disposizione lo penalizza.

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