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Due parole sconfinando in un altro sport. La partita di giovedì sera fra Atalanta ed Everton, la squadra di Liverpool, per la Europa League, ex Coppa Uefa, ex Coppa delle Fiere, ha lasciato tutti sbigottiti. I tifosi atalantini hanno fatto una bagno nella felicità: hanno visto la loro squadra dominare il campo contro la forte formazione inglese nelle cui file milita un fuoriclasse come Rooney.

L’Atalanta sembrava il Real Madrid e l’Everton una timida comprimaria. Che cosa diavolo è successo? La spiegazione l’ha data lo stesso allenatore dell’Everton, che ha ammesso la sconfitta senza battere ciglio e dicendo che l’Atalanta aveva dato una lezione di calcio ai suoi ragazzi. E che – soprattutto – l’Atalanta aveva vinto perché aveva giocato con passione, con gioia. Credendoci.

Ecco il punto. Nella vita mi è capitato di vedere tante persone di talento perdersi; altre, invece, affermarsi. La differenza è soltanto una: la passione. Ho visto giovani dalla buona penna e dalla buona intelligenza avvicinarsi al giornalismo e poi finire in banca o in pubblicità o a vendere case. Ne ho visti altri, anche meno dotati, diventare giornalisti di importanti quotidiani nazionali. La differenza? No, non la fortuna, non le raccomandazioni (con qualche eccezione). No. E’ l’impegno, è la passione che fa la differenza.

Crederci.

L’Atalanta ci ha creduto, Gasperini è riuscito ancora una volta ad alimentare la motivazione dei suoi ragazzi, a far loro capire che ogni partita è la partita della vita. Ogni partita. A maggior ragione l’esordio nella coppa europea. Certo, il talento ci vuole, ovvio. Ma non è la primissima cosa. E così l’Atalanta ha ribaltato i pronostici e ammutolito i tifosi inglesi, lasciato a bocca aperta mezza Europa.

E veniamo a un altro vincitore: Davide Villella, corridore ciclista, 26 anni, dalla Valle Imagna. Una promessa del ciclismo bergamasco, portacolori della Rota Nodari di Almenno quando era Juniores. Villella ha vinto la classifica degli scalatori alla Vuelta di Spagna, una corsa durissima, terminata da pochi giorni con l’affermazione di Chris Froome. Villella non era di certo il più forte dei corridori per quanto riguarda le salite, ma si è affermato comunque grazie a una gestione oculata degli sforzi, con una strategia adeguata. Ma soprattutto perché ci ha creduto. E lo ha detto anche lui nell’intervista pubblicata sul settimanale Bergamo Post: al primo posto, per ottenere risultati, c’è l’impegno, c’è l’allenamento, c’è il tenere duro in gara. Il sapere soffrire. E il giovane Villella ha dedicato la vittoria al nonno, che ha sempre creduto nelle sue possibilità.

E finiamo ancora con la Vuelta. Avevo scritto venerdì scorso delle buone probabilità che secondo me aveva Vincenzo Nibali nell’ultima tappa, quella del terribile Alto de Angliru. Credevo che Vincenzo potesse anche arrivare a battere Froome perché so quanto è forte, generoso, affidabile. So che nei grandi giri la sua tendenza è crescere con l’andare dei giorni… Purtroppo non ce l’ha fatta, la caduta in discesa, prima della grande salita, gli ha incrinato due costole: immagino che per Vincenzo concludere quella tappa sia stato un bagno di sofferenza. Eppure non ha mollato, ha tenuto fino alla fine su quelle rampe terribili concludendo la tappa al sesto posto e mantenendo eroicamente la seconda posizione in classifica generale. Grande Vincenzo.

E grande Alberto Contador, che in questa Vuelta ha spiegato che cosa significhi essere un campione. Si è campioni non solo perché si vincono le corse, ma soprattutto perché si affrontano imprese impossibili, con tutta la generosità di cui si è capaci. Così si è campioni, così il pubblico si innamora di un corridore, di un atleta. Si innamora del ciclismo. Grazie Alberto per non esserti mai arreso, grazie per quella meravigliosa cavalcata sull’Angliru.

Buone pedalate a tutti.

Paolo Aresi

Paolo Aresi

Paolo Aresi – giornalista e scrittore.
Dal 2015 cura la rubrica “#AMOLABICI, le Cicloctorie di Paolo Aresi” sul sito www.bicitv.it.
Il ciclismo è una sua grande passione, ha trascorso l’infanzia tifando Felice Gimondi.
Pedala con una certa energia, ma il poco tempo a disposizione lo penalizza.

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