E così è arrivato il libro in cui Gimondi si confessa, e racconta anche cose sorprendenti, a volte nemmeno del tutto gradevoli. Ha avuto un bel coraggio. Mi riferisco a “Da me in poi”, libro che Felice Gimondi ha scritto insieme al giornalista Maurizio Evangelista, pubblicato da Mondadori.
Una storia di Gimondi vista proprio da lui, storia dei suoi anni, della sua rivalità con Eddy Merckx, ma anche una proiezione in avanti, una sorta di storia del ciclismo nel “dopo Gimondi”, con giudizi e racconti che riguardano diversi altri campioni, come Gianni Bugno, per esempio, che Gimondi stimava in particolar modo, che viene definito come l’ultimo dei grandi campioni prima dell’avvento del ciclismo iper specializzato, quello degli Indurain e degli Armstrong, quello che – insieme alla questione doping- ha fatto cadere la popolarità del nostro sport.
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Gimondi anche in questo libro polemizza con questo ciclismo, rivendica – a ragione – l’importanza del ciclista che corre sempre, da marzo fino a ottobre, che affronta classiche e grandi giri dalla primavera all’autunno, come era sempre stato, fino agli Anni ’90. Il ciclista nel quale il tifoso possa proiettarsi, identificarsi.
Gimondi nel libro affronta temi anche scottanti, come la questione dei soldi. Ha sempre avuto fama di uomo integerrimo, vero signore. Ma qualcuno lo ha criticato per una eccessiva avvedutezza dal punto di vista economico. Si dice che Gimondi non fa nulla per nulla. Questo non è vero, Gimondi sa essere generoso, l’ho constatato di persona. Ma distingue situazione da situazione. Se lo chiama una scuola per una testimonianza e lui è libero non si fa pregare e non chiede nulla. Se lo chiama un’azienda è diverso. Gimondi è un professionista.
Nel libro affronta apertamente questa questione, come altre “spinose”. Per esempio quando lasciò la Salvarani per la Bianchi. Era la fine del 1972, Felice aveva trent’anni, c’era il timore che il meglio della carriera fosse alle spalle. Lo voleva la Bic, squadra francese, ma Felice aveva perplessità. Si presentarono il vecchio Campagnolo e Trapletti della Bianchi. Volevano rifare la famosa squadra di Coppi. Chi meglio di Gimondi? Era una scommessa. Andarono a trovarlo al mondiale di Gap. Fu una trattativa brevissima. Scrive Felice nel libro: “Gli chiesi quanto prendeva Marino Basso, mi risposero che il suo ingaggio era di trentadue milioni e mezzo. ‘Quella cifra va bene anche per me’ tagliai corto. ‘Se siete d’accordo, firmiamo e chiudiamola lì’. Fu una buona, un’ottima scelta. Capivo che in quel momento non erano i soldi la cosa più importante”.
Felice aveva ragione. Il suo ragionare netto, pulito fu premiato. Con la Bianchi Felice inanellò altri quattro anni spettacolari,  vinse Mondiale, Sanremo, Giro d’Italia… si piazzò ancora al Tour.
E la rivalità con Merckx? Felice ne parla parecchio, ovviamente, e offre gustosi aneddoti. Sottolinea la forza terribile di Eddy, il suo orgoglio, il girone dei dannati in cui si trasformavano le corse in salita quando lui “strappava”. “Eravamo a tutta in salita e Fabbri – forte gregario di Gimondi, ndr – continuava a piagnucolare in toscano ‘Adesso moro, adesso moro’. E io gli rispondevo secco: ‘Muori una volta per tutte e non rompere i coglioni’, che era un  modo per sdrammatizzare anche se non sembrava. La verità è che eravamo tutti al limite. Eddy ci faceva morire tutti, avversari e gregari, un po’ alla volta.”
Ma è proprio Eddy Merckx che apre il volume di Gimondi, che scrive la prefazione per l’amico e rivale di sempre e scrive: “Per provare a dare una definizione di Felice Gimondi, del mio amico Felice, faccio sempre un raffronto con la quantità e la qualità degli altri campioni con cui mi sono misurato nel coso della mia carriera. Erano tanti e tutti fortissimi. Ma Felice era una spanna sopra tutti”.